Facebook

Facebook è una società privata e censura quello che vuole

Alcune aziende non consentono che i dipendenti indossino abbigliamento casual o blue jeans. Altre si aspettano che i loro fornitori aderiscano a pratiche etiche di lavoro. A Facebook non piace la pubblicità che cita Facebook. Creaky Joints, una no-profit che aiuta le persone con le articolazioni scricchiolanti (d’altronde creaky joints significa proprio articolazioni scricchiolanti…), ha scoperto le regole di Facebook quando ha cercato di pagare per promuovere un articolo che criticava i cambiamenti sul social network. Le modifiche all’algoritmo di Facebook annunciate a novembre rendono infatti difficile per i post non a pagamento, che non ricevono una “spintarella“, di trovare un ampio pubblico.

Secondo International Business Times, che ha pubblicato l’articolo in questione (su come questi cambiamenti hanno ridotto la capacità delle organizzazioni no profit di far trasmettere i loro messaggi), Facebook ha risposto con un messaggio automatico spiegando che il post “Non è stato reso più visibile perché include un riferimento improprio a Facebook”.

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Facebook non è l’unica azienda i cui algoritmi creano effetti collaterali. Yik Yak, un social network popolare tra gli adolescenti americani, è accusato di sopprimere contenuti che trova sfavorevoli. Secondo TechCrunch “Yik Yak nasconde sistematicamente i post che parlano dei concorrenti” TechCrunch ha scoperto che ogni post con le parole “fade”, “sneek,” o “unseen” (nomi di reti concorrenti) sono automaticamente, algoritmicamente rimossi dalla rete.

E’ facile saltare alla conclusione che Facebook sta censurando la critica e Yik Yak sta soffocando la concorrenza. Entrambe le società negano con forza questo fatto (anche se nessuna delle due società ha risposto alla richiesta di commento). Il co-fondatore di Yik Yak ha detto che le rimozioni erano opera di un meccanismo anti-spam troppo preciso.

E un portavoce di Facebook ha detto che “gli annunci che includono riferimenti a Facebook devono seguire le linee guida dell’azienda”, aggiungendo che “la ragione per cui questo annuncio non è stato approvato non ha nulla a che fare con il contenuto incluso nel post, ma perché l’annuncio ha violato le nostre linee guida”

In un certo senso, la vigilanza della politica su come viene nominato Facebook sembra ragionevole. E’ concepibile che un annuncio che menziona Facebook potrebbe tentare di impersonare Facebook stesso per truffare gli utenti. Potrebbe diffondere informazioni false o ingannare la gente a rivelare le password. E, naturalmente, i marchi sono notoriamente protettivi sui propri marchi; Adobe, per esempio, ama sottolineare che “Photoshop non è un verbo“.

E’ prerogativa di Facebook, come qualsiasi società privata, di impostare le regole nella sua proprietà. Ma questo significa anche che i post devono essere legittimi, in modo efficace, censurati automaticamente in quella che è diventata la più grande piazza del mondo. Questo non fa ben sperare per i produttori ed i lettori di contenuti, quando, come riferisce Re/Code, “Facebook sta parlando con gli editori per ospitare i loro contenuti”.

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