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Google Contributor: basta pubblicità ad un prezzo fisso mensile

(Articolo originale): Il web va avanti grazie alle pubblicità. Ma tante persone le odiano e spesso gli utenti sono disturbati dal sapere che gli annunci tracciano il loro comportamento online. E’ uno scontro che è diventato un punto importante per i siti web di notizie come il nostro e molti altri. L’ascesa dei software per bloccare la pubblicità, che permettono agli utenti di navigare in rete senza buona parte degli annunci, blocca anche gli ingressi dei siti web, portando così ad un peggioramento dei loro contenuti.

Ma Google ha appena lanciato un servizio che affronta entrambi i lati della questione, piuttosto complicata. Visto per la prima volta Giovedi, il servizio si chiama Google Contributor, e chiede di pagare 1, 2, o 3 dollari al mese per sostenere i siti di particolare interesse. In cambio per il vostro sostegno, vedrete dei messaggi di ringraziamento al posto degli annunci, almeno sui siti web che partecipano al programma. Al momento, Google sta testando l’idea con dieci editori online, tra cui The Onion, ScienceDaily, Urban Dictionary, e Mashable.

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I messaggi di ringraziamento vengono serviti attraverso i canali pubblicitari esistenti di Google, il quale vuole una parte di ogni contributo. Secondo Google, i pochi spiccioli (da 1 a 3 dollari) che gli utenti pagano coprono essenzialmente il costo di tale spazio pubblicitario. Ma tutto questo è soggetto a modifiche via via che la piattaforma procede nello sviluppo. “A questo punto, quello che abbiamo fatto uscire è molto più che un esperimento” conferma un portavoce di Google. “Stiamo portando gli editori a bordo oggi. Vedremo non solo come funzionerà ma anche il livello di interesse del pubblico”.

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Questo tipo di pensiero ha un senso. Se la gente si sta lamentando costantemente degli annunci e di vedere i propri dati personali venduti agli inserzionisti, perché non chiedere loro di pagare un importo fisso nei siti di loro interesse? Google Contributor cerca di fare appello al senso etico dei lettori, invitandoli a credere che il contenuto di cui godono vale almeno un dollaro al mese.

Ma questo approccio potrebbe essere arrivato troppo tardi. Le persone già sono abituate a fruire dei contenuti online gratuitamente. Per quanto odiano gli annunci e tutto quello che sta dietro, odiano ancora di più pagare per qualcosa che prima era gratis. Non è molto diverso da quanto accaduto all’industria della musica nei primi anni 2000. Una volta che la gente ha capito che potevano scaricare musica gratis, l’industria ha dovuto intraprendere azioni legali contro aziende come Napster per convincere gli ascoltatori a cominciare a pagare di nuovo.

Ora, transazioni facili e immediate attraverso piattaforme come iTunes rendono l’intero pagamento per la musica un po’più gradevole al palato. Ma c’è di più, i fan stanno anche cominciando a schierarsi dalla parte degli artisti, quando capiscono che le piattaforme musicali stanno rubando la loro giusta quota. La faccenda Spotify-Taylor Swift è solo l’esempio più recente.

L’industria editoriale si sta ora trovando a un simile bivio, cercando di convincere il mondo che gli articoli e i video che gli utenti leggono in realtà valgono qualcosa. Ma l’appello al dovere etico della gente non è un modo sicuro di vincere le masse. Questa è una ragione per cui editori come il New York Times, che ha avuto un successo moderato con il suo paywall, deve far pagare molto di più di 1 dollaro al mese per gli abbonamenti digitali. Contano sul fatto che alcuni lettori faranno un’analisi costi-benefici e decideranno che l’accesso al Times non vale i soldi, e questo vale per una delle pubblicazioni più rispettate sul web. Ora immaginate la sfida che una pubblicazione come ScienceDaily dovrebbe affrontare se iniziasse a far pagare.

E mentre i siti web partner di Google non tracciano il comportamento dei contribuenti, questo non cambia il fatto che altri siti web lo faranno. E’ la cultura diffusa della raccolta dei dati, che sarà la parte più difficile da sradicare nel comportamento della gente.

Eppure, per tutti i suoi potenziali svantaggi, Google Contributor potrebbe risolvere un sacco di problemi sul web oggi. Potrebbe salvare editori che stanno lottando per rimanere a galla ora che gli investimenti pubblicitari diminuiscono, ma potrebbe anche dare ai consumatori quello che dicono di volere. Ora, dovremo vedere quanto lo vogliono.

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