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WhatsApp gratis: ecco perché Facebook resiste ai soldi facili

WhatsApp, la società di messaggistica che Facebook ha acquistato un paio di anni fa per 19 miliardi di dollari, ha detto lunedi che non farà più pagare un abbonamento annuale di 0,89 euro per alcuni utenti dopo il primo anno. L’importo sembra banale, fino a quando non si considera che WhatsApp, secondo un post sul blog aziendale, ha quasi 1 miliardo di utenti.

Facebook sta quindi abbandonando le sottoscrizioni a pagamento proprio mentre il resto del mondo sta facendo il contrario. Netflix, HBO, The Economist e molti altri sono ampiamente ammirati perché i clienti pagano per essere intrattenuti e informati su base continuativa: nessun contenuto spazzatura o pubblicità per entità come questo.

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E poi c’è WhatsApp, che ha detto che chiedere 89 centesimi da un tale bacino di utenti, molti dei quali non hanno carte di credito o di debito, stava diventando troppo complicato. La risposta della società non sarà la pubblicità, tra l’altro. Muovendosi verso il modello di ricavi che ha fatto sì che suo padre, Facebook, valesse 268 miliardi di dollari, sarebbe troppo logico. Invece WhatsApp sta esplorando modi nuovi per far pagare le imprese per scrivere ai loro clienti.

Il Wall Street Journal sulla questione ha citato il cofondatore di WhatsApp Jan Koum, che intervenendo al convegno di tecnologia DLD di Monaco di Baviera ha fatto riferimento al cosiddetto “modello commerciale di partecipazione”. Questo è significativo in quanto si tratta di una evoluzione del modello “freemium” che ha avuto così tanto successo, che fa pagare solo alcuni clienti, in genere coloro che sono disposti a spendere soldi per caratteristiche aggiuntive o più volume. Il modello commercile di partecipazione invece suggerisce che le aziende sovvenzionino i consumatori, facendo eco a Google che lascia i suoi eccellenti risultati di ricerca gratuiti ma fa pagare per gli annunci di ricerca sponsorizzati accanto ad essi. Intelligente.

La volontà di Facebook di sperimentare e di prendere questa strada maestra ricorda un’altra mossa di Google, il suo rifiuto di un anno fa di mettere annunci sui primi video di YouTube. Poche aziende possono resistere alle facili entrate in cerca di grandi business. Ma le migliori possono. (Fonte)

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